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Andrea Papi

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Vara ma SCARBA

..siam cavoli o siam re..
February 28

"C'è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l'intelletto." (Gilbert Keith Chesterton )

L’aviatore confuso.

 

Ho incontrato un aviatore
era tornato da poche ore,
mi ha parlato dell'amore
io gli ho detto con fervore
che conosco quel calore
che ti prende dentro al cuore.
Lui insiste e inizia a parlare
così l'ascolto senza fiatare.

 

Mi narrò di un viaggio in aeroplano

che lo portò in un paese assai lontano:

si trattava di un’isola deserta

per lui dell’amore la dimora certa.

Scrutando tra le dune e le tempeste

vide un’oasi dall’acqua gravida e celeste.

Di un popolo l’oasi era padrona,

gente sincera e d’indole buona,

non c’era discordia tra loro nessuna

restavan amici nella buona e nella triste fortuna.

Così l’amore era sempre regnante

e la passione nel cuore rimaneva costante.

Famosa nel mondo era questa civiltà

perchè di intelletto e di scienza ognuno aveva gran facoltà,

uomini sapienti e d’arte satolli

prendevan coscienza fin da rampolli

e sapevan citare con grande riguardo

poeti e scienziati insieme più di un miliardo.

Così sapienti e tanto eruditi

ad ogni frase eran applauditi

ed ogni concetto che avevano in mente

era espresso con la parola meglio addicente.

Ma ciò che più colpì il pilota provetto

fu l’udire da un innamorato del suo amore il sonetto.

Di cose belle un viaggiatore ne vede e ne ascolta,

ma tra quelle rime la dea dell’amore v’era raccolta

e non c’è nulla di più incantato

del sentir di quella dea lo spirito decantato.

Mi giurò che non esistevano parole più giuste

che descrivesser l’amore, di quelle esposte

e ad ogni periodo gli tremavan le mani

perché quelle frasi sapevan volar più su degli aeroplani.

Quel fanciullo parlava dell’amore provato

come l’amore stesso ne avrebbe parlato,

sapeva spiegar con lemmi perfetti

il sentimento più pregiato e i suoi effetti

tanto che chiunque lo avesse udito

pur di sentir si sarebbe ammutolito

ed ad ascoltar l’amore in parole

avrebbe sostato anche chi ha perso e cerca la prole.

Recitava e diceva le cose più belle

che anche alle rocce gli si stirava la pelle

e chiunque da quel canto fosse stato divorato

di quel uomo, in un attimo, si sarebbe innamorato.

L’aviatore capì che l’amore più bello

è l’amore che al cuore accompagna un cervello,

diceva che l’uomo più dotto ed eloquente

sapeva senz’altro amar più d’un delinquente,

poiché il sentimento più puro e gradito

è quello d’intelletto meglio imbandito.

 

 

A quel punto fermai la narrazione

poiché non capivo dell’amore l’interpretazione.

Sapevo di certo che la passione più forte

non sempre è dell’amore fidata consorte,

e che i sentimenti profondi

son ad ogni ora accompagnati da pensieri fecondi,

ma non questo intendeva l’alato visitatore

che vedeva l’amore come espressione di una cultura maggiore.

Gli dissi che qualsiasi sonetto

risultava bello anche se scritto in dialetto

poiché non son le parole che danno calore,

bensì è l’ardore che rende belle le parole.

Le più sublimi rime e figure

risultano brulle se dell’amor non sono sicure,

e il poeta o cantautore che non ha l’affetto nel cuore

scrivendo d’amore trasmette languore.

L’amor non si misura dalla propria sapienza

e la sua intensità non dipende dalla propria conoscenza,

tant’è che se si guarda negli occhi lo stolto innamorato

si vedon le rime che il poeta non ha recitato.

Anche parole d’aspetto brutale

posson scatenar nel cuore un carnevale

poiché se dell’amor sono stendardo

vedono il cuore come traguardo,

e anche se il suon loro rimane vigliacco

nel cuor, loro, trovan attracco.

E poi, perbacco, il vero amor non è come un teatrino,

lo si mostra soltanto a chi si vuole agganciare il destino.

Non son necessarie bandiere e festoni,

ma solo qualcosa che d’amor suoni,

e una sola persona quel suon deve sentire

colei per la quale potresti morire.

 

Il pilota sbigottito

mi guardò indispettito

e capendo perché avessi tradito

l’ascolto a cui avevo adempito

non restò ammutolito

e vedendomi azzittito

decise di darmi il benservito

raccontandomi, impettito

di un altro viaggio dall’amore imbellito.

 

Narra di paesi da visitare

e di usanze magiche da imitare

di riti e strani avvenimenti

che portano in grembo profondi sentimenti.

Parlava con tono sognante

di un popolo sul mare regnante,

una civiltà da lui conosciuta

in una traversata sul mare che aveva compiuta:

“Tra la spuma di mille onde

un giorno vidi un veliero dalle alte sponde:

era più grande di qualsiasi castello

e spiegava vele più vaste di qualsiasi vascello.

Non era una nave qualunque,

al suo bordo nascevan monti e sgorgavan acque,

ed il suo paesaggio non era del tutto selvaggio

tanto che scesi e tentai un atterraggio.

Era evidente che un tale prodigio

di una poderosa civiltà era vestigio,

così, una volta atterrato,

mi misi a cercare un percorso sterrato.

Non dovetti camminare molto

che scorsi del fumo salire disinvolto,

e seguendo quel segnale, come fosse una cometa,

raggiunsi, in preda a meraviglia, la mia meta.

Vidi genti con modeste abitazioni,

ma abilissimi nel fare imbarcazioni,

infatti tutto il cibo e i tesori di grandi dimensioni

erano da quella tribù pescate con gli arpioni,

il mare era la fonte del loro benessere

e intorno a lui le loro vite continuavano a tessere.

Ogni giorno per il loro fabbisogno

trovavan nel mare tutto ciò di cui avevan bisogno

e dei doni delle acque più pregiati

ne facevan omaggio all’amore che li aveva ammaliati.

Infatti usanza tenera e amorevole

consisteva nel render a loro favorevole

l’amata di cui ci si era innamorati

all’unione che li rendeva sposati

con doni magnifici che venivan dal mare

che la dama tra le dame poteva ostentare.

Così i giovani che dall’amor erano presi

nuotavan fino a che al fondale non eran discesi

e tra alghe e scogli appuntiti

cercavan il tesoro che li avrebbe resi mariti.

Il ragazzo che avesse trovato il dono più bello

avrebbe messo alla ragazza nel dito l’anello

e tra i tesori che quelli ritengon più importanti

vi sono senz’altro le perle dai colori sgargianti.

Dalla forma perfetta e con un cuore assai denso

le perle dal nulla creano assenso

e non c’è omaggio più bello da far ad una fanciulla

che regalale una perla e dirle che è come lei bella.”

L’anima al diavolo venderebbe l’aviatore

per potersi tenere tutto quel candore

stretto in mano e pronto a donare

alla più bella ragazza da amare.
Sbalordito dico all'aviatore:
"è tutto qui il tuo grande amore?"
stupito lui mi guarda con occhi strani
e non capisce che in paesi poco lontani
c'è chi si ama così intensamente
che tutte le perle in confronto son niente.

Seconda parte

 

L’aviatore scioccato

mi guarda come incantato,

e sconcertato,tutto d’un fiato,

ripensa a quel che ha visitato

negli anni in cui ha viaggiato,

e ricordato un paese in cui è stato,

inizia a descrivermi ciò che ha guardato:

 

“Volando con il mio aeroplano

vidi dall’alto un paesaggio assai strano,

sicuro che non fosse un miraggio

scesi con coraggio in quel che sembrava dell’amore il villaggio.

Arrivato al centro del paese

mi ritrovai alle prese

con quella che sembrava una riunione

e notai con eccitazione

che tutti gli abitanti della città

avevano l’aspetto di chi della bellezza conosce l’eternità.

Ogni volto che, sia maschile o femminile,

portava i lineamenti di uno sguardo giovanile,

ogni gesto e ogni espressione

erano della sensualità dimostrazione

e ogni azione suscitava l’emozione

della seduzione, oltre l’immaginazione.

Rimasi oltremodo abbagliato

quando capii il motivo dell’incontro che avevano convocato:

tutti i paesani, della bellezza sovrani,

prendendosi le mani iniziavano a danzare con movimenti strani

fino a quando la notte nera sovrastava la sera

e la fiamma fiera aveva consumato la cera.

A quel punto ogni abitante diveniva del compagno l’amante

e poiché tutti incarnavano la bellezza del diamante

l’amore, se pur casuale, diveniva affascinante.

In un istante tremante capì che l’amore, lì regnante

era dal mio cuore distante e che ogni abitante diveniva per me insegnante.”

 

A questo punto interruppi l’aviatore

e con tono, forse accusatore,

lo rimproverai con fervore

in parole di questo colore:

“Caro aviatore, è vero, il tuo cuore

non sente il calore del sentimento che chiamano amore

perché non hai capito quale sia il sapore di quel timore

né l’odore di quello splendore che danno alla vita valore.

La bellezza non è dell’amor prerogativa,

e la passione della carne non è della medesima emozione significativa,

al contrario è la magia di questo sentimento

che provoca nell’uomo un cambiamento,

e rende bello agli occhi dell’amante,

dell’amata ogni imperfezione per altri ripugnante,

e l’atto dell’amore non è di questo sentimento promotore

bensì completamento dell’unione che lega le persone nel battito del cuore.”

 

Mi guarda confuso il pilota

e temendo di sembrare un’idiota

pensa ad una tradizione a me ignota,

conosciuta da lui in una civiltà remota

e così come se fossi di lui il copilota

verso un altro racconto prendemmo quota:

 

“Ho conosciuto”, disse l’aviatore,

“un popolo strano dall’immane vigore,

viveva tra i monti, dalle cime innevate,

dove tutte le cose dal freddo venivan congelate

e qualsiasi ruscello o trasparente stagno

non si scopriva dal ghiaccio nemmeno in giugno.

Questa popolazione dai principi saldi

traeva la sua ricchezza dalle miniere di smeraldi

che perforavano sinuose i possenti monti

fino alle profondità brillanti come sul mare i tramonti.

Le preziose gemme, verde bagnato,

dal candor da tutti desiderato,

eran però una benedizione e una croce

poiché oggetto di un’invidia feroce.

Tutti i paesi a loro vicini

vedevan quelle pietre come deliziosi bocconcini

e senza scrupoli e timori

facevan di tutto per divenir degli smeraldi possessori.

Così il villaggio montanaro

era vittima del malanno del denaro,

e la ricchezza che offrivan le miniere

tramutavan le amicizie in gentilezze menzognere.

Non ci fu giorno che passai in quella terra

senza veder la malattia della guerra,

anche il luccicore delle pietre divenne langue

poiché ogni notte la neve era sporca di sangue.

Quelle povere persone

dormivan con il fucile di precisione

tanto era il loro terrore

di svegliarsi senza pressione nel cuore.

In quel villaggio circondato dal candore

ogni cosa era sporca di dolore

e non c’era uomo o ragazzino

che non avesse provato il peccato di Caino.

Non c’era traccia di felicità alcuna

sembrava quel posto abbandonato dalla fortuna,

così per ogni accenno ad una carezza

ad ogni minimo spiraglio di gentilezza

quella gente si illuminava di commozione

e brillava come gli smeraldi liberi dalla corruzione.

Erano così estranei all’affetto

che appena ne carpivano un po’cambiavan d’aspetto.

I loro volti si distendevano

e del peso della guerra si alleggerivano.

Tanto era raro l’amore in mezzo alle lupare

che quando affiorava non se lo lasciavano scappare

e se pur non fosse del tutto completo

per loro era un evento più che mai lieto.

Capitava, infatti, tra quelle montagne

che quando l’amor non eran menzogne

e il giovane non potea più sopportar le voglie

prendesse la giovane sua per moglie,

e anche se s’eran incontrati da poco

pur di imprigionar l’amore in quel loco

i due si sposavano senza premure

sperando che tra loro le cose divenisser mature.

Non v’era nessuno stupore

che una ragazza dal bianco candore

andasse in moglie ad un vecchio barbone

voglioso ancora di suonare il trombone.

Bastava che il vecchio mostrasse il suo affetto,

perché la ragazza riscaldasse il suo letto.

Così l’amor era sempre lodato

e non v’eran ostacoli per un uomo innamorato.

Ognuno poteva contar sull’amore

ed avere qualcuno che gli alleviasse il dolore.

Perciò, tra i monti, in quelle terre

scosse e tremanti per le molti guerre

avevan da amar sia i belli che i brutti,

e l’amore consolava gli strazianti lutti.

Capì tra quella gente

che l’amore non è un coefficiente

non è il risultato di un’addizione,

ma frutto di un’applicazione.

Non serve essere innamorati per crearlo

basta stare assieme e ricercarlo,

non è dalla somma di due cuori che scaturisce,

ma è dalla volontà di due persone che fiorisce.

Scoprii che si può goder dell’amore

anche con chi non ce l’ha nel cuore

poiché chi non lo conosce lo imparerà

così chi lo cerca lo troverà.”

 

Aggrottando le sopracciglia

gli dico che questo all’amor non rassomiglia,

non all’amore che andavo io cercando

così per capirci gli domando:

 

“ma l’amore non dev’essere spontaneo?

E’ possibile innamorarsi di un estraneo?”

 

Lui mi guarda per un istante

e disse che la risposta era lampante,

come se raccontandomi di quella popolazione

me ne avesse già dato dimostrazione.

Allora gli dissi con fermezza

che dell’amor non era all’altezza.

 

“E vero, l’amore non è un coefficiente,

ma è il volersi bene reciprocamente,

non è un’espressione matematica

non segue una legge schematica,

ma è l’espressione dei sentimenti

imprevedibile come una piuma abbandonata ai venti,

non si può controllare

né tanto meno comperare

poiché è futile e tanto concreta

che a volte distrugge, a volte completa.

Come la fenice non si può imprigionare

perché in una gabbia non riesce a bruciare

così non si può comperare l’amore

poiché non esiste finché non si dona il cuore.

Essere innamorati è come stare su un dondolo,

bisogna amarsi entrambi e con lo stesso angolo

poiché se il peso è maggiore solo da un lato

l’equilibrio si spacca e l’amore viene lacerato.

È amore solo quando in due si ama

quando il cavaliere ama ed è amato dalla dama,

e a volte non basta neanche amarsi vicendevolmente,

è necessario da entrambe le parti amarsi intensamente

poiché se l’amata sentirà l’amor mancare

se pur ne ha tanto non lo riuscirà a dare

e il sentimento finirà con l’affievolirsi

a meno che l’amor non fluirà da entrambi i versi

con la stessa potenza e lo stesso flusso

sorreggendo l’amore forte ed indiscusso.

È vero ormai l’amore è raro e non curato,

è molto che non vedo un uomo innamorato,

forse si è dimenticato che la vita

non può essere che dall’amore abbellita

ogni emozione ed ogni sentimento

chiedono dell’amore il coinvolgimento

poiché non ha senso provare sensazioni

se non si ha nessuno che guardi le nostre reazioni.

Ma se pur l’amore è divenuto prezioso

non si può creare in modo artificioso

proprio perché non essendo un’espressione

non si conoscono i fattori che ne permettono l’esplosione.

L’amore è una magia dalle origini sconosciute

che chiacchera con voci spesso taciute,

è in grado di render le ali a chi lo possiede

e seppellire vivo chi non lo trova quando lo chiede.

È più vasto di qualsiasi cosmo

quando è vissuto con entusiasmo,

ma più castigante di qualsiasi prigione

se vincolato da una costrizione.

Perciò indurre all’amore chi non lo prova

è come eleggere papa Giovanni Casanova:

dalla forzatura l’amore non nascerà,

ma un sentimento contrario ad esso fiorirà.

L’amore non ha semi

ma è capace di dare fiori supremi,

non si coltiva e per quanto lo annaffi

sarà come dar l’acqua per far crescere i baffi,

ma come i fiori san nascere ovunque

l’amore sa crescere sulle rocce più ardue

e mandare radici così profonde

che in un uomo da subito la gioia diffonde.

È la cosa più bella che si possa sentire

ma dalla beltà può anche non scaturire

poiché non tutto il bello ne è all’altezza,

mentre dove c’è l’amore c’è anche bellezza.

Non c’è cosa che lo possa eguagliare

e non c’è oggetto che a lui si possa paragonare,

non servono bei doni per esprimer l’amore

poiché i sentimenti sono il dono maggiore.

È un sortilegio che va oltre la mente

e si esprime con parole che suonan di niente

poiché non c’è voce che sappia cantare

quel che in una parola si dice “amare”.

 

L’aviatore ascoltò confuso

il mio pensier che lo rese muto

e capì, per quanto era cocciuto,

che l’amor lui non l’aveva conosciuto

poiché l’aveva inseguito nei viaggi che aveva compiuto

senza saper che sempre vicino l’aveva avuto,

che al suo cuor era sempre appartenuto

mentre lui lo cercava in un paesaggio sconosciuto.

Così mi guardò e mi ringraziò per l’aiuto

dicendo che solo un viaggio non aveva compiuto

quello dove l’amor aveva sempre battuto

e mettendo gli occhiali sopra il naso baffuto

montò sull’aereo e si congedò con un saluto.

 

 

L’aviatore compì un altro viaggio: all’interno del suo cuore.

Poiché l’amore non lo si impara guardando gli altri, ma scoprendo se stessi.

 

 

_____________________________________________________Andrea Papi.

 

 

Amor non si compra, ne’ si vende, ma in premio d’amor, amor si rende. (Proverbio Italiano)

Prova a ragionr sull'amore e perderai la ragione. (Proverbio Francese)

December 22

Il sogno è l'infinita ombra del vero. G.Pascoli

Le ombre di luce.

 

Peter Pan: “Ho perduto la mia ombra!”

 

Che sciocchezza! L’ombra non è una cosa che ci appartiene, lo sanno tutti, o almeno dovrebbero. Anzi a dire il vero l’ombra non ha nessun legame con noi.

Oh non state a sentire quel che raccontano scienziati e fisici sull’interpolazione di un oggetto fra la sorgente luminosa e una superficie, gli unici che sanno raccontare, raccontare veramente, sono i cantastorie ed una volta uno di loro mi narrò la storia delle ombre.

 

Un tempo la terra non conosceva il calore del sole, origine della nostra vita, e non vi erano colori se non quelli del buio, eppure le ombre esistevano già. Sono state forse i primi abitanti della terra e fluttuavano su ogni superficie come l’aria ci scorre sulla pelle quando tira vento.

E’ una popolazione dall’aspetto simile all’acqua: si adagia all’area che la ospita prendendone la forma, ma diversamente da essa ha un corpo asciutto ed è capace di muoversi di sua spontanea volontà, sia in salita che in discesa, senza però poter mai staccarsi da terra, incollata alle superfici come un serpente. Al contrario di quel che tutti pensano la nostra ombra non è mai la stessa. Capaci di ogni cosa, le ombre amano viaggiare, spostarsi da sagoma a sagoma, come nomadi archeologi esplorare nuove superfici, entrare in contatto con forme sconosciute e studiare i particolari delle cose fino a che non le hanno conosciute tutte, e, credetemi, non ci impiegano molto. Si, perché le ombre sono velocissime, si muovono con celerità “bagliante” ed hanno una vita molto più lunga della nostra, riescono quindi a scoprire il mondo in tutti i suoi meandri in non più di cento anni ( si intendono anni solari, cosa che non avrebbe senso nel linguaggio delle ombre, almeno non prima della venuta della luce solare causa della loro prigionia, ma per noi è più semplice considerare il tempo come la nostra stella lo scandisce ). Così una volta accarezzati tutti gli spigoli del mondo le ombre sognano il cielo, desiderando volare e poter così raggiungere l’infinito spazio buio dell’universo vagando libere per l’illimitata prateria costellata di innumerevole materia.

Quelli che per noi sono stati tempi bui per loro erano l’apice della libertà. Infatti, catastrofe maggiore dell’arrivo della stella Sole non c’è nella storia delle ombre.  Molto tempo fa quell’ enorme sfera, intorno alla quale la terra gira, era cupa, fino a che ad un certo punto si accese ed inondò il “nostro” pianeta di un’ombra strana, cattiva, forte e bianca: la luce. Quest’ ombra d’indole prepotente approdata sul globo terrestre si mise ad esplorarlo conquistando tutto ciò che illuminava e scacciando ciò che gli impediva di abbagliare. Infatti, come due liquidi o due oggetti non possono stare in uno stesso luogo, così due ombre. Le ombre luminose ( che d’ora in poi chiameremo “luce” ) costrinsero le terrestri ombre buie a rifugiarsi negli angoli più profondi del mondo, negli interstizi più nascosti, obbligandole a scappare. Le ombre infatti non potevano competere con la forza della luce, capace di volare, di muoversi più velocemente e portatrice di un potere prima sconosciuto: il calore. Furono anni terribili per le ombre private dell’oscurità e quindi della libertà. Stettero nelle tenebrose viscere del pianeta per molto tempo, tutte ammassate le une sulle altre come fossero tanti oggetti dimenticati in una vecchia cantina polverosa, senza poter dar sfogo alle loro ambizioni ai loro bisogni, prigioniere del loro stesso pianeta...illuminato. Potevano affiorare dagli antri profondi solo in alcuni momenti: la luce si spostava in massa e vagando per le terre passava su di esse velocemente, abbandonandole dopo il suo transito, ma tornandovi sopra a distanza di poco tempo: percorreva lo stesso percorso ogni giorno. In quei brevi momenti in cui la luce si trasferiva da una zona all’altra del pianeta lasciandone una metà buia, le ombre riuscivano a rivedere il loro paesaggio natio.

Gli anni passarono sul pianeta e con l’arrivo della luce la vita si sviluppò sulla terra e iniziarono a nascere nuove bizzarre forme dai vivi contorni, alcune di queste capaci di muoversi.

Le ombre, non resistendo alla curiosità, loro prima caratteristica, riemersero dalle cavità più scure sfidando il giorno ed arrivate sul guscio terreste si accorsero di una cosa: la luce era una popolazione pusillanime: non che avesse paura di alcuno, la codardia stava nel fatto che ogni raggio luminoso non aveva il coraggio di staccarsi dalla sua fonte di origine, il sole, e temeva di andare in luoghi da dove non si potesse vedere la grande stella, non voltavano mai un angolo, praticamente potevano avanzare solo dritti camminando lungo una linea retta.

A quel punto le ombre videro una speranza per la loro libertà, poiché anche se la luce era più forte e più veloce, era vincolata dalla sua paura che non le permetteva di muoversi liberamente.

Ogni vita vedendosi in pericolo sfodera le sue migliori risorse, e le ombre, vistesi portar via la libertà, si ingegnarono per poter riprendere a vivere in superficie e continuare a conoscere. Così pur di poter incontrare le nuove forme nate sulla terra si accontentarono di vivere la dove la luce non aveva coraggio di arrivare, in tutti i posti coperti dal sole.

Perciò le vediamo dietro gli oggetti, seguirci ovunque o sotto tutto ciò che è illuminato. L’ombra che ci accompagna tentando di correre dietro i nostri talloni non è dunque nostra e non è sempre la stessa. Noi aiutiamo le ombre a muoversi, siamo per loro come degli autobus, e grazie a noi esse si spostano da una zona non illuminata ad un'altra, e pur di non entrare in contatto con la luce imitano alla perfezione i nostri movimenti come fossero di noi le marionette. Ciò che noi chiamiamo ombra in realtà può contenere un’intera famiglia di ombre in viaggio alla ricerca di nuovi profili.

Le cose si complicarono un poco per le ombre quando l’uomo scoprì il fuoco e successivamente quando Edison scoprì e si inventò la lampadina. Le ombre furono sempre meno libere anche la notte, unico momento in cui la luce, pur di non lasciare il sole, segue il moto terrestre lasciando alle nere lenzuola metà della sfera. La luce artificiale però è solo una blanda imitazione di quella solare, un lontano parente di quel ombra luminosa che invase il mondo: assai meno potente e pericolosa, permette alle ombre una maggiore mobilità, consentendo così la formazione di doppie ombre e di sfumature.

In ogni caso anche se è una copia, come la nostra immagine riflessa in uno specchio, un opaco rifacimento del baleno solare, la luce elettrica è comunque un’ombra, e dunque sottrae spazio alle altre ombre meno abbaglianti di lei.

Le nere vele della notte hanno sempre meno spazio per vivere poiché noi figli di Apollo, simili ai raggi solari che temono l’ignoto buio, censuriamo sempre più l’oscurità, eclissandola sotto costellazioni di leggende e superstizioni che le attribuiscono un alone tenebroso. Superstizioni che impregnano di significati acerbi, vocaboli come: “tenebroso”: non vedo perché le tenebre debbano incutere spavento. La nostra insicura paura del buio e di ciò che l’oscurità cela sotto il suo manto riservato, ci ha portato a frammentare la notte con mille lumi confortevoli che placano la nostra fantasia, azzittendo mostruosi rumori e cancellando tremende sagome che vediamo là dove non si vede nulla. Le buie ombre subiscono un’accecante cattiva fama, tanto che sono la prima paura di ogni bambino, tremolante sotto le proprie coperte, loro che tra le ombre sono le più docili e che al crepuscolo ci cullano dall’origine dei tempi, accarezzandoci per farci prender sonno. Sembra una sciocchezza, ma senza le loro coccole ci è difficile addormentarci: la luce non sa ninnarci come l’ombra di Morfeo. Pur se noi allontaniamo le ombre buie scacciandole con brillanti sortilegi, offendendo la loro buona indole, loro, premurose, non si separano mai da noi, Siamo sempre in compagnia di un’ombra, lo stesso non si può dire della nostra amata luce che proteggiamo e adoriamo.

 

Questa è la storia che mi narrarono sulle ombre. Da qui iniziò la convivenza tra uomo e ombra, è questa la natura del buio, regno delle parvenze. Almeno così mi raccontò quel cantastorie dalle pesanti occhiaie. Disse che lui, dal giorno in cui scoprì la verità sulle ombre, dormiva il giorno e la notte cercava di parlar loro, ma fino ad all’ora non vi era mai riuscito. Forse perché al buio no si vede nulla.

 

                                                                                                                                 FINE.

 

_____________________________________________________________________________________Andrea Papi.

November 11

Questa è stata una delle prime fiabe:

 

La fantasia rende grandi.

Tanto tempo fa,prima che gli alberi iniziassero a dare i loro frutti,prima che la neve si potesse sciogliere,prima che le nuvole potessero oscurare il cielo,il mondo era molto diverso.

Sulla terra era sempre natale. I tetti a punta del paesino dove abitavano i nostri protagonisti erano sempre ricoperti di neve e i camini alitavano costantemente contro il cielo limpido,pareva volessero riuscire ad appannarlo. Questo villaggio sorgeva in una vallata,circondato da colline dolci,simili a onde,anch’esse ricoperte di neve,i bambini giocavano a scivolare con piccole slitte giù per la pendici dei colli,arrivando dalla vetta fino dentro al paese.

 

-Non fate l’errore di immaginare gli abitanti del pianeta quali uomini. A quei tempi le cose erano molto diverse, non esisteva “uomo”sulla faccia della terra,diciamo che i nostri amici erano più simili a folletti,molto piccoli,più o meno quanto un dito,con orecchie temperate quasi fossero matite,anche il cappello a punta,similmente le scarpe. Tutto era molto più piccolo allora.-

 

Nella casa ai margini del villaggio,quella con il pozzo nel cortile e una sonora melodia che riempie l’atmosfera,vi abitava la piccola Sara. Tutti i giorni Sara percorreva il paesino da un capo all’altro per andare a svegliare il suo compagno di giochi, passando davanti al fornaio,dove quell’odore di pane fresco e paste appena sfornate la faceva indugiare ogni volta davanti alla vetrina, Jimmi.

Ogni mattina entrava sulla punta di piedi,cercando di fare meno rumore possibile,nella camera da letto dell’amico,con una palla di neve in mano pronta per essere scagliata alla massima velocità contro il volto assonnato del dormiente, e matematicamente ogni mattina Jimmi,da buon stratega,si svegliava in anticipo e riempiva della gelida acqua che sotto casa sgorgava da un piccola fenditura nella roccia,il suo bicchiere rosso che teneva sul comodino. Così ogni singola mattina i due si tiravano a vicenda la palla di neve e il bicchiere d’acqua in faccia,rimanendo per quei dieci minuti buoni immobili come tronchi d’albero,tutti intorpiditi dal freddo.

Un giorno come un altro Jimmi e Sara dopo essersi asciugati e riscaldati davanti al camino,scordato lo scherzo mattutino,uscirono di casa in cerca di nuove avventure e luoghi misteriosi pronti per essere scoperti da intrepidi esploratori quali erano. Ormai conoscevano a memoria ogni singolo anfratto della vallata,ma con un pizzico di fantasia riuscivano a trasformare il solito grande abete al centro del parco,nell’albero maestro della temibile nave pirata guidata dal capitano Josch. Giocavano spesso ai pirati,anche se non avevano mai visto in vita loro il mare,tanto meno un veliero. Nella parte del mondo dove abitavano non esisteva né lago né oceano. Solo qualche vecchio viandante venuto da lontano portava storie e panorami sconosciuti riposando nella locanda del villaggio,prima di ripartire per un altro viaggio. Sulle poche parole narrate dalla bocca del viaggiatore Sara costruiva un mondo infinito di magia e misteri,di volti mai visti e voci mai sentite,un mondo dove nel pomeriggio portava Jimmi a giocare. Jimmi d’altro canto riempiva di domande lo straniero,chiedendo quali tipi di alberi avesse visto,cos’erano i pesci,quali usanze ricorrevano in altri paesi,che cos’era la frutta e come si faceva ad estrarre il succo da una pesca.

“Ma dicevo”:un giorno come un altro i quei due piccoli esserini,arrivati al centro del parco,decisero di costruire una montagna,una montagna come quelle che avevano sentito tante volte nelle storie,dove un intrepido esploratore con mille sforzi e fatiche arriva finalmente alla vetta e conquista la gloria. Così impugnati palette olio di gomito iniziarono a ammucchiare neve su neve.

La montagna iniziò da principio a essere niente di più di un dosso,poi una collinetta,poi una valle,un monte,una montagna e sempre più su fino che la vetta non sovrastò tutto il paesaggio. Dalla cima si riusciva a vedere persino il mare in lontananza,o almeno pensarono che lo fosse. Si vedevano gli alberi in fiore,le albicocche mature e abitanti di paesi lontani,riuscirono a vedere tutti i soggetti delle storie a loro narrate. Questa volta avevano superato loro stessi,erano veramente soddisfatti.

Ormai si era fatto buio e i due si incamminarono per tornare a casa. Con un sorriso stampato in bocca iniziarono a scendere per il pendio,con l’intenzione di tornare sulla vetta il mattino seguente.

Così fu. Il mattino seguente,Sara e Jimmi si scordarono persino di tirarsi la solita palla di neve e il solito bicchiere d’acqua gelida,corsero senza perder tempo alla loro montagna per riammirare le strane figure che si scorgevano in lontananza. Arrivati al vertice del monte gli balzò all’occhio subito un particolare. Non si vedeva più il mare. Sconsolati i due si misero a pensare a ogni ipotesi più azzardata per potersi spiegare l’accaduto:”forse il mare si muove ogni giorno,e ogni giorno cambia di posizione”;”o magari il mare è in grado di mimetizzarsi con l’ambiente che lo circonda”;”forse il mare lo si può vedere una volta sola”…

Poi sulla tarda mattinata,quando il sole piove a picco sulla testa,Jimmi si accorse di un fatto strano:piano piano la neve posta sulla cima della montagna scompariva. O meglio,non scompariva,ma si tramutava in acqua e scendeva a valle,tornando neve circa a metà della montagna.

Non era il mare che era scomparso,ma semplicemente la montagna che si era abbassata,restringendo ,così,il loro orizzonte.

Entrambi quella notte non chiusero occhio.

Com’era possibile una cosa del genere. La neve non si era mai squagliata prima d’ora,non senza l’aiuto di un fuoco.

Il mattino seguente,tornati sulla montagna.,iniziarono a cercare se li vicino fosse stato acceso un fuoco da qualche viandante. Non trovarono niente,e non solo:la neve non si scioglieva più.

Fecero ogni tipo di ricerca. Analizzarono,persino,la cima della montagna,cercando di capire se si fosse tramutata in un vulcano. Poi a mezzogiorno si accorsero che la neve aveva ripreso a sciogliersi. A quel punto non sapevano più cosa pensare,si stesero a terra esausti cercando di capire lo strano fenomeno. Stettero sdraiati circa mezz’ora a pensare,finché non si accorsero di una cosa:sentivano caldo. Intorno a loro non cera nessun tipo di fumo,a indicare che non era stato acceso nessun fuoco. Così alzarono gli occhi al cielo e lo videro lì,come sempre. Il sole. La risposta era il sole. Capirono che quella sfera gialla riscaldava e quindi poteva sciogliere la neve. Capirono che ciò non era mai successo perché erano troppo lontani dal sole per poter ricevere il suo calore.

Tornati al paese raccontarono la particolare vicenda a tutto il villaggio, e il giorno dopo tutti gli abitanti si ritrovarono sulla cima della montagna di neve per cogliere un po’ di quel calore che ci regala il sole.

La sera stessa il comitato cittadino,composto da tutti gli abitanti del paese,si ritrovò in gran convegno per trovare un qualche modo di poter  beneficiare del calore solare e poterlo sfruttare.

Vennero fuori le idee più ingegnose:qualcuno pensava di poter innalzare il villaggio con alte palafitte in modo da essere più vicini al sole. Una delle idee più geniali venne a Jimmi:intendeva riscaldare il villaggio sfruttando la proprietà delle lenti,e instaurando un fitto giochi di specchi che garantisse alla luce solare di arrivare fino agli angoli più scuri del villaggio.

In realtà però il problema fu risolto dalla piccola Sara.

La mattina dopo il congresso,durante i preparativi di costruzione delle lenti,a Sara venne una brillante idea,un’idea che a nessun scienziato né filosofo o astronomo sarebbe venuta in mente,un’idea che soltanto un bambino poteva trovare:

Quella mattina,finita la colazione,prese la cannuccia con la quale aveva risucchiato fino all’ultima goccia del suo latte,uscì di casa e arrivò fino al centro del paese. Allora ficcò la sua cannuccia nella neve e iniziò a soffiare al suo interno con tutta la forza che aveva. Soffiò con tutto il fiato che aveva nei polmoni e piano piano le case iniziarono a distanziarsi e le strade ad allargarsi,il mondo iniziò a gonfiarsi sempre di più,di più e di più,fino a che non divenne come lo possiamo guardare ora.

Tutti gli abitanti rimasero strabiliati e increduli per quello che era successo.

La fantasia della piccola Sara riscaldò il paesino nella valle,fece crescere molti alberi,che fiorirono,e la neve sciolta formò il lago con l’acqua più limpida che si fosse mai vista.

 

-La fantasia non e come la scienza. Magari non può risolvere teoremi matematici o fenomeni fisici,ma può riscaldare il nostro e il cuore di tanta altra gente. Non perderla mai,tienila sempre vicina.-

  Andri.

 
November 05

Una fiaba per voi

 
 

Per una lucciola: lepre.

 

Esistevan, prima che la polvere desso fuoco ai fucili, esseri che dell’uomo non sapevan timore. Di questi curiosa è la storia di un piccolo animale che per amore subì una metamorfosi mutandosi da quel che era in quella che oggi sappiamo come: “ la lepre”.

 

Un tempo padron del sottobosco era quest’animale ozioso, poco dissimile da un coniglio, goloso di erbe e verdure, dal coraggio sedentario e con la nobile pelliccia di un essere pacato. Era solito, quest’animal, nascere dove sarebbe  morto, e viver di una vita così tranquilla che la calma in persona sarebbe finita con l’annoiarsi. Si sa però che di mille stelle uguali una piace più delle altre e così tra le miriadi di questi animaletti di tempera tutti gemelli ne nacque uno che confermò la regola con la sua diversità. Data la natura tutt’altro che nomade di questi animali, essi son soliti figliare con fratelli della stessa cucciolata. Questa storia, però, narra di un’ eccezione: un cucciolo che si innamorò di un’altra specie da lui molto distinta............

 

..........La calda notte d’estate aveva appena spento la luce al tiepido giorno primaverile, le tenebre si iniziavano ad animare con ignoti rumori insonni e iniziavano a comparire tra le sagome degli alberi le prime lucciole che, simili a luminosi messaggi telegrafici, chiacchieravano col le ombre lunari. Pulsando tra gli arbusti una di queste lucciole capitò a curiosare nei pressi di una cucciolata di questi animali progenitori delle balzanti lepri. Qui uno dei piccoli, stranamente ancora sveglio, mormorava con il muso all’insù alle stelle chiedendosi che tipo di animale potesse avere il coraggio di esser così bello. Dico stranamente poiché consuetudine di queste bestie era il mangiare e il dormire e null’altro, e niente per loro era più amabile del farlo. D’un tratto il piccolo cucciolo vide spuntare dal buio la lucciola e non avendone mai conosciuta una prima, s’ingannò che fosse uno di quegli animali che brillano in cielo la notte, sceso nel bosco per chissà quale ragione, forse per compiacerlo con la sua bellezza. Innamoratosi di quella luce la piccola pre-lepre la inseguì e la corteggiò tutta la notte; danzarono assieme e recitaron poesie e canzoni amorose cucendo assieme luce e versi; goderon d’un amore così intenso quanto breve poiché alle prime luci dell’alba la minuscola lucciola svanì nel cielo come fosse tornata far compagnia alla luna. Il tenero cucciolo non si fece più ingannare dalle futili lucciole, belle quanto incostanti, ma conservò gelosamente il proprio amore, unico e puro. Non abbandonò mai, in cuor suo, la speranza che quella lucciola non fosse stata un insetto, ma una vera stella innamorata di lui, e così la lepre sostituì il giorno alla notte, e vivendo di notte, ad ogni passo che faceva alzava il muso al cielo in cerca del suo amore e tendeva le orecchie alle stelle desiderosa di sentire le poesie d’amore che gli avevano rapito il cuore, ogni notte rizzava tanto le sue orecchie che alla fine, tramonto dopo tramonto, le si allungarono; e allo stesso modo desiderosa di riunirsi al suo unico amore, tentava disperatamente di raggiungere il cielo saltando più che potesse verso le stelle, e salto dopo salto, le sue zampe divennero forti e veloci, ma non riuscì mai a raggiungere la stella.

Così nacque la lepre dalle lunghe orecchie e dal passo veloce, capace di sfuggire ai cacciatori, a dispetto dei suoi fratelli che si estinsero poiché facili perde per la oro pigrizia.

 

Ed è così che grazie all’amore siamo capaci di cambiare, di mutarci perfino, e di salvarci così dai cacciatori. La bellezza che ci mette negli occhi questo sentimento, padrone di tutte le sensazioni, per il quale ogni cosa ci sembra giusta e perfetta così com’è, è tale da non dimenticarla più e desiderarla sempre, da renderci timorosi di perderla quando la si ha e speranzosi di ritrovarla quando ci sfugge. Non c’è, forse, ricerca più vera né scoperta più appagante né perdita più grave di quelle per soggetto avente l’amore.

FINE.

............Andrea Papi.
 
 
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