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Vara ma SCARBA..siam cavoli o siam re.. February 28 "C'è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l'intelletto." (Gilbert Keith Chesterton )L’aviatore confuso.
Ho incontrato un aviatore
Mi narrò di un viaggio in aeroplano che lo portò in un paese assai lontano: si trattava di un’isola deserta per lui dell’amore la dimora certa. Scrutando tra le dune e le tempeste vide un’oasi dall’acqua gravida e celeste. Di un popolo l’oasi era padrona, gente sincera e d’indole buona, non c’era discordia tra loro nessuna restavan amici nella buona e nella triste fortuna. Così l’amore era sempre regnante e la passione nel cuore rimaneva costante. Famosa nel mondo era questa civiltà perchè di intelletto e di scienza ognuno aveva gran facoltà, uomini sapienti e d’arte satolli prendevan coscienza fin da rampolli e sapevan citare con grande riguardo poeti e scienziati insieme più di un miliardo. Così sapienti e tanto eruditi ad ogni frase eran applauditi ed ogni concetto che avevano in mente era espresso con la parola meglio addicente. Ma ciò che più colpì il pilota provetto fu l’udire da un innamorato del suo amore il sonetto. Di cose belle un viaggiatore ne vede e ne ascolta, ma tra quelle rime la dea dell’amore v’era raccolta e non c’è nulla di più incantato del sentir di quella dea lo spirito decantato. Mi giurò che non esistevano parole più giuste che descrivesser l’amore, di quelle esposte e ad ogni periodo gli tremavan le mani perché quelle frasi sapevan volar più su degli aeroplani. Quel fanciullo parlava dell’amore provato come l’amore stesso ne avrebbe parlato, sapeva spiegar con lemmi perfetti il sentimento più pregiato e i suoi effetti tanto che chiunque lo avesse udito pur di sentir si sarebbe ammutolito ed ad ascoltar l’amore in parole avrebbe sostato anche chi ha perso e cerca la prole. Recitava e diceva le cose più belle che anche alle rocce gli si stirava la pelle e chiunque da quel canto fosse stato divorato di quel uomo, in un attimo, si sarebbe innamorato. L’aviatore capì che l’amore più bello è l’amore che al cuore accompagna un cervello, diceva che l’uomo più dotto ed eloquente sapeva senz’altro amar più d’un delinquente, poiché il sentimento più puro e gradito è quello d’intelletto meglio imbandito.
A quel punto fermai la narrazione poiché non capivo dell’amore l’interpretazione. Sapevo di certo che la passione più forte non sempre è dell’amore fidata consorte, e che i sentimenti profondi son ad ogni ora accompagnati da pensieri fecondi, ma non questo intendeva l’alato visitatore che vedeva l’amore come espressione di una cultura maggiore. Gli dissi che qualsiasi sonetto risultava bello anche se scritto in dialetto poiché non son le parole che danno calore, bensì è l’ardore che rende belle le parole. Le più sublimi rime e figure risultano brulle se dell’amor non sono sicure, e il poeta o cantautore che non ha l’affetto nel cuore scrivendo d’amore trasmette languore. L’amor non si misura dalla propria sapienza e la sua intensità non dipende dalla propria conoscenza, tant’è che se si guarda negli occhi lo stolto innamorato si vedon le rime che il poeta non ha recitato. Anche parole d’aspetto brutale posson scatenar nel cuore un carnevale poiché se dell’amor sono stendardo vedono il cuore come traguardo, e anche se il suon loro rimane vigliacco nel cuor, loro, trovan attracco. E poi, perbacco, il vero amor non è come un teatrino, lo si mostra soltanto a chi si vuole agganciare il destino. Non son necessarie bandiere e festoni, ma solo qualcosa che d’amor suoni, e una sola persona quel suon deve sentire colei per la quale potresti morire.
Il pilota sbigottito mi guardò indispettito e capendo perché avessi tradito l’ascolto a cui avevo adempito non restò ammutolito e vedendomi azzittito decise di darmi il benservito raccontandomi, impettito di un altro viaggio dall’amore imbellito.
Narra di paesi da visitare e di usanze magiche da imitare di riti e strani avvenimenti che portano in grembo profondi sentimenti. Parlava con tono sognante di un popolo sul mare regnante, una civiltà da lui conosciuta in una traversata sul mare che aveva compiuta: “Tra la spuma di mille onde un giorno vidi un veliero dalle alte sponde: era più grande di qualsiasi castello e spiegava vele più vaste di qualsiasi vascello. Non era una nave qualunque, al suo bordo nascevan monti e sgorgavan acque, ed il suo paesaggio non era del tutto selvaggio tanto che scesi e tentai un atterraggio. Era evidente che un tale prodigio di una poderosa civiltà era vestigio, così, una volta atterrato, mi misi a cercare un percorso sterrato. Non dovetti camminare molto che scorsi del fumo salire disinvolto, e seguendo quel segnale, come fosse una cometa, raggiunsi, in preda a meraviglia, la mia meta. Vidi genti con modeste abitazioni, ma abilissimi nel fare imbarcazioni, infatti tutto il cibo e i tesori di grandi dimensioni erano da quella tribù pescate con gli arpioni, il mare era la fonte del loro benessere e intorno a lui le loro vite continuavano a tessere. Ogni giorno per il loro fabbisogno trovavan nel mare tutto ciò di cui avevan bisogno e dei doni delle acque più pregiati ne facevan omaggio all’amore che li aveva ammaliati. Infatti usanza tenera e amorevole consisteva nel render a loro favorevole l’amata di cui ci si era innamorati all’unione che li rendeva sposati con doni magnifici che venivan dal mare che la dama tra le dame poteva ostentare. Così i giovani che dall’amor erano presi nuotavan fino a che al fondale non eran discesi e tra alghe e scogli appuntiti cercavan il tesoro che li avrebbe resi mariti. Il ragazzo che avesse trovato il dono più bello avrebbe messo alla ragazza nel dito l’anello e tra i tesori che quelli ritengon più importanti vi sono senz’altro le perle dai colori sgargianti. Dalla forma perfetta e con un cuore assai denso le perle dal nulla creano assenso e non c’è omaggio più bello da far ad una fanciulla che regalale una perla e dirle che è come lei bella.” L’anima al diavolo venderebbe l’aviatore per potersi tenere tutto quel candore stretto in mano e pronto a donare alla più bella ragazza da amare. Seconda parte
L’aviatore scioccato mi guarda come incantato, e sconcertato,tutto d’un fiato, ripensa a quel che ha visitato negli anni in cui ha viaggiato, e ricordato un paese in cui è stato, inizia a descrivermi ciò che ha guardato:
“Volando con il mio aeroplano vidi dall’alto un paesaggio assai strano, sicuro che non fosse un miraggio scesi con coraggio in quel che sembrava dell’amore il villaggio. Arrivato al centro del paese mi ritrovai alle prese con quella che sembrava una riunione e notai con eccitazione che tutti gli abitanti della città avevano l’aspetto di chi della bellezza conosce l’eternità. Ogni volto che, sia maschile o femminile, portava i lineamenti di uno sguardo giovanile, ogni gesto e ogni espressione erano della sensualità dimostrazione e ogni azione suscitava l’emozione della seduzione, oltre l’immaginazione. Rimasi oltremodo abbagliato quando capii il motivo dell’incontro che avevano convocato: tutti i paesani, della bellezza sovrani, prendendosi le mani iniziavano a danzare con movimenti strani fino a quando la notte nera sovrastava la sera e la fiamma fiera aveva consumato la cera. A quel punto ogni abitante diveniva del compagno l’amante e poiché tutti incarnavano la bellezza del diamante l’amore, se pur casuale, diveniva affascinante. In un istante tremante capì che l’amore, lì regnante era dal mio cuore distante e che ogni abitante diveniva per me insegnante.”
A questo punto interruppi l’aviatore e con tono, forse accusatore, lo rimproverai con fervore in parole di questo colore: “Caro aviatore, è vero, il tuo cuore non sente il calore del sentimento che chiamano amore perché non hai capito quale sia il sapore di quel timore né l’odore di quello splendore che danno alla vita valore. La bellezza non è dell’amor prerogativa, e la passione della carne non è della medesima emozione significativa, al contrario è la magia di questo sentimento che provoca nell’uomo un cambiamento, e rende bello agli occhi dell’amante, dell’amata ogni imperfezione per altri ripugnante, e l’atto dell’amore non è di questo sentimento promotore bensì completamento dell’unione che lega le persone nel battito del cuore.”
Mi guarda confuso il pilota e temendo di sembrare un’idiota pensa ad una tradizione a me ignota, conosciuta da lui in una civiltà remota e così come se fossi di lui il copilota verso un altro racconto prendemmo quota:
“Ho conosciuto”, disse l’aviatore, “un popolo strano dall’immane vigore, viveva tra i monti, dalle cime innevate, dove tutte le cose dal freddo venivan congelate e qualsiasi ruscello o trasparente stagno non si scopriva dal ghiaccio nemmeno in giugno. Questa popolazione dai principi saldi traeva la sua ricchezza dalle miniere di smeraldi che perforavano sinuose i possenti monti fino alle profondità brillanti come sul mare i tramonti. Le preziose gemme, verde bagnato, dal candor da tutti desiderato, eran però una benedizione e una croce poiché oggetto di un’invidia feroce. Tutti i paesi a loro vicini vedevan quelle pietre come deliziosi bocconcini e senza scrupoli e timori facevan di tutto per divenir degli smeraldi possessori. Così il villaggio montanaro era vittima del malanno del denaro, e la ricchezza che offrivan le miniere tramutavan le amicizie in gentilezze menzognere. Non ci fu giorno che passai in quella terra senza veder la malattia della guerra, anche il luccicore delle pietre divenne langue poiché ogni notte la neve era sporca di sangue. Quelle povere persone dormivan con il fucile di precisione tanto era il loro terrore di svegliarsi senza pressione nel cuore. In quel villaggio circondato dal candore ogni cosa era sporca di dolore e non c’era uomo o ragazzino che non avesse provato il peccato di Caino. Non c’era traccia di felicità alcuna sembrava quel posto abbandonato dalla fortuna, così per ogni accenno ad una carezza ad ogni minimo spiraglio di gentilezza quella gente si illuminava di commozione e brillava come gli smeraldi liberi dalla corruzione. Erano così estranei all’affetto che appena ne carpivano un po’cambiavan d’aspetto. I loro volti si distendevano e del peso della guerra si alleggerivano. Tanto era raro l’amore in mezzo alle lupare che quando affiorava non se lo lasciavano scappare e se pur non fosse del tutto completo per loro era un evento più che mai lieto. Capitava, infatti, tra quelle montagne che quando l’amor non eran menzogne e il giovane non potea più sopportar le voglie prendesse la giovane sua per moglie, e anche se s’eran incontrati da poco pur di imprigionar l’amore in quel loco i due si sposavano senza premure sperando che tra loro le cose divenisser mature. Non v’era nessuno stupore che una ragazza dal bianco candore andasse in moglie ad un vecchio barbone voglioso ancora di suonare il trombone. Bastava che il vecchio mostrasse il suo affetto, perché la ragazza riscaldasse il suo letto. Così l’amor era sempre lodato e non v’eran ostacoli per un uomo innamorato. Ognuno poteva contar sull’amore ed avere qualcuno che gli alleviasse il dolore. Perciò, tra i monti, in quelle terre scosse e tremanti per le molti guerre avevan da amar sia i belli che i brutti, e l’amore consolava gli strazianti lutti. Capì tra quella gente che l’amore non è un coefficiente non è il risultato di un’addizione, ma frutto di un’applicazione. Non serve essere innamorati per crearlo basta stare assieme e ricercarlo, non è dalla somma di due cuori che scaturisce, ma è dalla volontà di due persone che fiorisce. Scoprii che si può goder dell’amore anche con chi non ce l’ha nel cuore poiché chi non lo conosce lo imparerà così chi lo cerca lo troverà.”
Aggrottando le sopracciglia gli dico che questo all’amor non rassomiglia, non all’amore che andavo io cercando così per capirci gli domando:
“ma l’amore non dev’essere spontaneo? E’ possibile innamorarsi di un estraneo?”
Lui mi guarda per un istante e disse che la risposta era lampante, come se raccontandomi di quella popolazione me ne avesse già dato dimostrazione. Allora gli dissi con fermezza che dell’amor non era all’altezza.
“E vero, l’amore non è un coefficiente, ma è il volersi bene reciprocamente, non è un’espressione matematica non segue una legge schematica, ma è l’espressione dei sentimenti imprevedibile come una piuma abbandonata ai venti, non si può controllare né tanto meno comperare poiché è futile e tanto concreta che a volte distrugge, a volte completa. Come la fenice non si può imprigionare perché in una gabbia non riesce a bruciare così non si può comperare l’amore poiché non esiste finché non si dona il cuore. Essere innamorati è come stare su un dondolo, bisogna amarsi entrambi e con lo stesso angolo poiché se il peso è maggiore solo da un lato l’equilibrio si spacca e l’amore viene lacerato. È amore solo quando in due si ama quando il cavaliere ama ed è amato dalla dama, e a volte non basta neanche amarsi vicendevolmente, è necessario da entrambe le parti amarsi intensamente poiché se l’amata sentirà l’amor mancare se pur ne ha tanto non lo riuscirà a dare e il sentimento finirà con l’affievolirsi a meno che l’amor non fluirà da entrambi i versi con la stessa potenza e lo stesso flusso sorreggendo l’amore forte ed indiscusso. È vero ormai l’amore è raro e non curato, è molto che non vedo un uomo innamorato, forse si è dimenticato che la vita non può essere che dall’amore abbellita ogni emozione ed ogni sentimento chiedono dell’amore il coinvolgimento poiché non ha senso provare sensazioni se non si ha nessuno che guardi le nostre reazioni. Ma se pur l’amore è divenuto prezioso non si può creare in modo artificioso proprio perché non essendo un’espressione non si conoscono i fattori che ne permettono l’esplosione. L’amore è una magia dalle origini sconosciute che chiacchera con voci spesso taciute, è in grado di render le ali a chi lo possiede e seppellire vivo chi non lo trova quando lo chiede. È più vasto di qualsiasi cosmo quando è vissuto con entusiasmo, ma più castigante di qualsiasi prigione se vincolato da una costrizione. Perciò indurre all’amore chi non lo prova è come eleggere papa Giovanni Casanova: dalla forzatura l’amore non nascerà, ma un sentimento contrario ad esso fiorirà. L’amore non ha semi ma è capace di dare fiori supremi, non si coltiva e per quanto lo annaffi sarà come dar l’acqua per far crescere i baffi, ma come i fiori san nascere ovunque l’amore sa crescere sulle rocce più ardue e mandare radici così profonde che in un uomo da subito la gioia diffonde. È la cosa più bella che si possa sentire ma dalla beltà può anche non scaturire poiché non tutto il bello ne è all’altezza, mentre dove c’è l’amore c’è anche bellezza. Non c’è cosa che lo possa eguagliare e non c’è oggetto che a lui si possa paragonare, non servono bei doni per esprimer l’amore poiché i sentimenti sono il dono maggiore. È un sortilegio che va oltre la mente e si esprime con parole che suonan di niente poiché non c’è voce che sappia cantare quel che in una parola si dice “amare”.
L’aviatore ascoltò confuso il mio pensier che lo rese muto e capì, per quanto era cocciuto, che l’amor lui non l’aveva conosciuto poiché l’aveva inseguito nei viaggi che aveva compiuto senza saper che sempre vicino l’aveva avuto, che al suo cuor era sempre appartenuto mentre lui lo cercava in un paesaggio sconosciuto. Così mi guardò e mi ringraziò per l’aiuto dicendo che solo un viaggio non aveva compiuto quello dove l’amor aveva sempre battuto e mettendo gli occhiali sopra il naso baffuto montò sull’aereo e si congedò con un saluto.
L’aviatore compì un altro viaggio: all’interno del suo cuore. Poiché l’amore non lo si impara guardando gli altri, ma scoprendo se stessi.
_____________________________________________________Andrea Papi.
Amor non si compra, ne’ si vende, ma in premio d’amor, amor si rende. (Proverbio Italiano) Prova a ragionr sull'amore e perderai la ragione. (Proverbio Francese) December 22 Il sogno è l'infinita ombra del vero. G.PascoliLe ombre di luce.
Peter Pan: “Ho perduto la mia ombra!”
Che sciocchezza! L’ombra non è una cosa che ci appartiene, lo sanno tutti, o almeno dovrebbero. Anzi a dire il vero l’ombra non ha nessun legame con noi. Oh non state a sentire quel che raccontano scienziati e fisici sull’interpolazione di un oggetto fra la sorgente luminosa e una superficie, gli unici che sanno raccontare, raccontare veramente, sono i cantastorie ed una volta uno di loro mi narrò la storia delle ombre.
Un tempo la terra non conosceva il calore del sole, origine della nostra vita, e non vi erano colori se non quelli del buio, eppure le ombre esistevano già. Sono state forse i primi abitanti della terra e fluttuavano su ogni superficie come l’aria ci scorre sulla pelle quando tira vento. E’ una popolazione dall’aspetto simile all’acqua: si adagia all’area che la ospita prendendone la forma, ma diversamente da essa ha un corpo asciutto ed è capace di muoversi di sua spontanea volontà, sia in salita che in discesa, senza però poter mai staccarsi da terra, incollata alle superfici come un serpente. Al contrario di quel che tutti pensano la nostra ombra non è mai la stessa. Capaci di ogni cosa, le ombre amano viaggiare, spostarsi da sagoma a sagoma, come nomadi archeologi esplorare nuove superfici, entrare in contatto con forme sconosciute e studiare i particolari delle cose fino a che non le hanno conosciute tutte, e, credetemi, non ci impiegano molto. Si, perché le ombre sono velocissime, si muovono con celerità “bagliante” ed hanno una vita molto più lunga della nostra, riescono quindi a scoprire il mondo in tutti i suoi meandri in non più di cento anni ( si intendono anni solari, cosa che non avrebbe senso nel linguaggio delle ombre, almeno non prima della venuta della luce solare causa della loro prigionia, ma per noi è più semplice considerare il tempo come la nostra stella lo scandisce ). Così una volta accarezzati tutti gli spigoli del mondo le ombre sognano il cielo, desiderando volare e poter così raggiungere l’infinito spazio buio dell’universo vagando libere per l’illimitata prateria costellata di innumerevole materia. Quelli che per noi sono stati tempi bui per loro erano l’apice della libertà. Infatti, catastrofe maggiore dell’arrivo della stella Sole non c’è nella storia delle ombre. Molto tempo fa quell’ enorme sfera, intorno alla quale la terra gira, era cupa, fino a che ad un certo punto si accese ed inondò il “nostro” pianeta di un’ombra strana, cattiva, forte e bianca: la luce. Quest’ ombra d’indole prepotente approdata sul globo terrestre si mise ad esplorarlo conquistando tutto ciò che illuminava e scacciando ciò che gli impediva di abbagliare. Infatti, come due liquidi o due oggetti non possono stare in uno stesso luogo, così due ombre. Le ombre luminose ( che d’ora in poi chiameremo “luce” ) costrinsero le terrestri ombre buie a rifugiarsi negli angoli più profondi del mondo, negli interstizi più nascosti, obbligandole a scappare. Le ombre infatti non potevano competere con la forza della luce, capace di volare, di muoversi più velocemente e portatrice di un potere prima sconosciuto: il calore. Furono anni terribili per le ombre private dell’oscurità e quindi della libertà. Stettero nelle tenebrose viscere del pianeta per molto tempo, tutte ammassate le une sulle altre come fossero tanti oggetti dimenticati in una vecchia cantina polverosa, senza poter dar sfogo alle loro ambizioni ai loro bisogni, prigioniere del loro stesso pianeta...illuminato. Potevano affiorare dagli antri profondi solo in alcuni momenti: la luce si spostava in massa e vagando per le terre passava su di esse velocemente, abbandonandole dopo il suo transito, ma tornandovi sopra a distanza di poco tempo: percorreva lo stesso percorso ogni giorno. In quei brevi momenti in cui la luce si trasferiva da una zona all’altra del pianeta lasciandone una metà buia, le ombre riuscivano a rivedere il loro paesaggio natio. Gli anni passarono sul pianeta e con l’arrivo della luce la vita si sviluppò sulla terra e iniziarono a nascere nuove bizzarre forme dai vivi contorni, alcune di queste capaci di muoversi. Le ombre, non resistendo alla curiosità, loro prima caratteristica, riemersero dalle cavità più scure sfidando il giorno ed arrivate sul guscio terreste si accorsero di una cosa: la luce era una popolazione pusillanime: non che avesse paura di alcuno, la codardia stava nel fatto che ogni raggio luminoso non aveva il coraggio di staccarsi dalla sua fonte di origine, il sole, e temeva di andare in luoghi da dove non si potesse vedere la grande stella, non voltavano mai un angolo, praticamente potevano avanzare solo dritti camminando lungo una linea retta. A quel punto le ombre videro una speranza per la loro libertà, poiché anche se la luce era più forte e più veloce, era vincolata dalla sua paura che non le permetteva di muoversi liberamente. Ogni vita vedendosi in pericolo sfodera le sue migliori risorse, e le ombre, vistesi portar via la libertà, si ingegnarono per poter riprendere a vivere in superficie e continuare a conoscere. Così pur di poter incontrare le nuove forme nate sulla terra si accontentarono di vivere la dove la luce non aveva coraggio di arrivare, in tutti i posti coperti dal sole. Perciò le vediamo dietro gli oggetti, seguirci ovunque o sotto tutto ciò che è illuminato. L’ombra che ci accompagna tentando di correre dietro i nostri talloni non è dunque nostra e non è sempre la stessa. Noi aiutiamo le ombre a muoversi, siamo per loro come degli autobus, e grazie a noi esse si spostano da una zona non illuminata ad un'altra, e pur di non entrare in contatto con la luce imitano alla perfezione i nostri movimenti come fossero di noi le marionette. Ciò che noi chiamiamo ombra in realtà può contenere un’intera famiglia di ombre in viaggio alla ricerca di nuovi profili. Le cose si complicarono un poco per le ombre quando l’uomo scoprì il fuoco e successivamente quando Edison scoprì e si inventò la lampadina. Le ombre furono sempre meno libere anche la notte, unico momento in cui la luce, pur di non lasciare il sole, segue il moto terrestre lasciando alle nere lenzuola metà della sfera. La luce artificiale però è solo una blanda imitazione di quella solare, un lontano parente di quel ombra luminosa che invase il mondo: assai meno potente e pericolosa, permette alle ombre una maggiore mobilità, consentendo così la formazione di doppie ombre e di sfumature. In ogni caso anche se è una copia, come la nostra immagine riflessa in uno specchio, un opaco rifacimento del baleno solare, la luce elettrica è comunque un’ombra, e dunque sottrae spazio alle altre ombre meno abbaglianti di lei. Le nere vele della notte hanno sempre meno spazio per vivere poiché noi figli di Apollo, simili ai raggi solari che temono l’ignoto buio, censuriamo sempre più l’oscurità, eclissandola sotto costellazioni di leggende e superstizioni che le attribuiscono un alone tenebroso. Superstizioni che impregnano di significati acerbi, vocaboli come: “tenebroso”: non vedo perché le tenebre debbano incutere spavento. La nostra insicura paura del buio e di ciò che l’oscurità cela sotto il suo manto riservato, ci ha portato a frammentare la notte con mille lumi confortevoli che placano la nostra fantasia, azzittendo mostruosi rumori e cancellando tremende sagome che vediamo là dove non si vede nulla. Le buie ombre subiscono un’accecante cattiva fama, tanto che sono la prima paura di ogni bambino, tremolante sotto le proprie coperte, loro che tra le ombre sono le più docili e che al crepuscolo ci cullano dall’origine dei tempi, accarezzandoci per farci prender sonno. Sembra una sciocchezza, ma senza le loro coccole ci è difficile addormentarci: la luce non sa ninnarci come l’ombra di Morfeo. Pur se noi allontaniamo le ombre buie scacciandole con brillanti sortilegi, offendendo la loro buona indole, loro, premurose, non si separano mai da noi, Siamo sempre in compagnia di un’ombra, lo stesso non si può dire della nostra amata luce che proteggiamo e adoriamo.
Questa è la storia che mi narrarono sulle ombre. Da qui iniziò la convivenza tra uomo e ombra, è questa la natura del buio, regno delle parvenze. Almeno così mi raccontò quel cantastorie dalle pesanti occhiaie. Disse che lui, dal giorno in cui scoprì la verità sulle ombre, dormiva il giorno e la notte cercava di parlar loro, ma fino ad all’ora non vi era mai riuscito. Forse perché al buio no si vede nulla.
FINE.
_____________________________________________________________________________________Andrea Papi. November 11 Questa è stata una delle prime fiabe:La fantasia rende grandi. Sulla terra era sempre natale. I tetti a punta del paesino dove abitavano i nostri protagonisti erano sempre ricoperti di neve e i camini alitavano costantemente contro il cielo limpido,pareva volessero riuscire ad appannarlo. Questo villaggio sorgeva in una vallata,circondato da colline dolci,simili a onde,anch’esse ricoperte di neve,i bambini giocavano a scivolare con piccole slitte giù per la pendici dei colli,arrivando dalla vetta fino dentro al paese.
-Non fate l’errore di immaginare gli abitanti del pianeta quali uomini. A quei tempi le cose erano molto diverse, non esisteva “uomo”sulla faccia della terra,diciamo che i nostri amici erano più simili a folletti,molto piccoli,più o meno quanto un dito,con orecchie temperate quasi fossero matite,anche il cappello a punta,similmente le scarpe. Tutto era molto più piccolo allora.-
Nella casa ai margini del villaggio,quella con il pozzo nel cortile e una sonora melodia che riempie l’atmosfera,vi abitava la piccola Sara. Tutti i giorni Sara percorreva il paesino da un capo all’altro per andare a svegliare il suo compagno di giochi, passando davanti al fornaio,dove quell’odore di pane fresco e paste appena sfornate la faceva indugiare ogni volta davanti alla vetrina, Jimmi. Ogni mattina entrava sulla punta di piedi,cercando di fare meno rumore possibile,nella camera da letto dell’amico,con una palla di neve in mano pronta per essere scagliata alla massima velocità contro il volto assonnato del dormiente, e matematicamente ogni mattina Jimmi,da buon stratega,si svegliava in anticipo e riempiva della gelida acqua che sotto casa sgorgava da un piccola fenditura nella roccia,il suo bicchiere rosso che teneva sul comodino. Così ogni singola mattina i due si tiravano a vicenda la palla di neve e il bicchiere d’acqua in faccia,rimanendo per quei dieci minuti buoni immobili come tronchi d’albero,tutti intorpiditi dal freddo. Un giorno come un altro Jimmi e Sara dopo essersi asciugati e riscaldati davanti al camino,scordato lo scherzo mattutino,uscirono di casa in cerca di nuove avventure e luoghi misteriosi pronti per essere scoperti da intrepidi esploratori quali erano. Ormai conoscevano a memoria ogni singolo anfratto della vallata,ma con un pizzico di fantasia riuscivano a trasformare il solito grande abete al centro del parco,nell’albero maestro della temibile nave pirata guidata dal capitano Josch. Giocavano spesso ai pirati,anche se non avevano mai visto in vita loro il mare,tanto meno un veliero. Nella parte del mondo dove abitavano non esisteva né lago né oceano. Solo qualche vecchio viandante venuto da lontano portava storie e panorami sconosciuti riposando nella locanda del villaggio,prima di ripartire per un altro viaggio. Sulle poche parole narrate dalla bocca del viaggiatore Sara costruiva un mondo infinito di magia e misteri,di volti mai visti e voci mai sentite,un mondo dove nel pomeriggio portava Jimmi a giocare. Jimmi d’altro canto riempiva di domande lo straniero,chiedendo quali tipi di alberi avesse visto,cos’erano i pesci,quali usanze ricorrevano in altri paesi,che cos’era la frutta e come si faceva ad estrarre il succo da una pesca. “Ma dicevo”:un giorno come un altro i quei due piccoli esserini,arrivati al centro del parco,decisero di costruire una montagna,una montagna come quelle che avevano sentito tante volte nelle storie,dove un intrepido esploratore con mille sforzi e fatiche arriva finalmente alla vetta e conquista la gloria. Così impugnati palette olio di gomito iniziarono a ammucchiare neve su neve. La montagna iniziò da principio a essere niente di più di un dosso,poi una collinetta,poi una valle,un monte,una montagna e sempre più su fino che la vetta non sovrastò tutto il paesaggio. Dalla cima si riusciva a vedere persino il mare in lontananza,o almeno pensarono che lo fosse. Si vedevano gli alberi in fiore,le albicocche mature e abitanti di paesi lontani,riuscirono a vedere tutti i soggetti delle storie a loro narrate. Questa volta avevano superato loro stessi,erano veramente soddisfatti. Ormai si era fatto buio e i due si incamminarono per tornare a casa. Con un sorriso stampato in bocca iniziarono a scendere per il pendio,con l’intenzione di tornare sulla vetta il mattino seguente. Così fu. Il mattino seguente,Sara e Jimmi si scordarono persino di tirarsi la solita palla di neve e il solito bicchiere d’acqua gelida,corsero senza perder tempo alla loro montagna per riammirare le strane figure che si scorgevano in lontananza. Arrivati al vertice del monte gli balzò all’occhio subito un particolare. Non si vedeva più il mare. Sconsolati i due si misero a pensare a ogni ipotesi più azzardata per potersi spiegare l’accaduto:”forse il mare si muove ogni giorno,e ogni giorno cambia di posizione”;”o magari il mare è in grado di mimetizzarsi con l’ambiente che lo circonda”;”forse il mare lo si può vedere una volta sola”… Poi sulla tarda mattinata,quando il sole piove a picco sulla testa,Jimmi si accorse di un fatto strano:piano piano la neve posta sulla cima della montagna scompariva. O meglio,non scompariva,ma si tramutava in acqua e scendeva a valle,tornando neve circa a metà della montagna. Non era il mare che era scomparso,ma semplicemente la montagna che si era abbassata,restringendo ,così,il loro orizzonte. Entrambi quella notte non chiusero occhio. Com’era possibile una cosa del genere. La neve non si era mai squagliata prima d’ora,non senza l’aiuto di un fuoco. Il mattino seguente,tornati sulla montagna.,iniziarono a cercare se li vicino fosse stato acceso un fuoco da qualche viandante. Non trovarono niente,e non solo:la neve non si scioglieva più. Fecero ogni tipo di ricerca. Analizzarono,persino,la cima della montagna,cercando di capire se si fosse tramutata in un vulcano. Poi a mezzogiorno si accorsero che la neve aveva ripreso a sciogliersi. A quel punto non sapevano più cosa pensare,si stesero a terra esausti cercando di capire lo strano fenomeno. Stettero sdraiati circa mezz’ora a pensare,finché non si accorsero di una cosa:sentivano caldo. Intorno a loro non cera nessun tipo di fumo,a indicare che non era stato acceso nessun fuoco. Così alzarono gli occhi al cielo e lo videro lì,come sempre. Il sole. La risposta era il sole. Capirono che quella sfera gialla riscaldava e quindi poteva sciogliere la neve. Capirono che ciò non era mai successo perché erano troppo lontani dal sole per poter ricevere il suo calore. Tornati al paese raccontarono la particolare vicenda a tutto il villaggio, e il giorno dopo tutti gli abitanti si ritrovarono sulla cima della montagna di neve per cogliere un po’ di quel calore che ci regala il sole. La sera stessa il comitato cittadino,composto da tutti gli abitanti del paese,si ritrovò in gran convegno per trovare un qualche modo di poter beneficiare del calore solare e poterlo sfruttare. Vennero fuori le idee più ingegnose:qualcuno pensava di poter innalzare il villaggio con alte palafitte in modo da essere più vicini al sole. Una delle idee più geniali venne a Jimmi:intendeva riscaldare il villaggio sfruttando la proprietà delle lenti,e instaurando un fitto giochi di specchi che garantisse alla luce solare di arrivare fino agli angoli più scuri del villaggio. In realtà però il problema fu risolto dalla piccola Sara. La mattina dopo il congresso,durante i preparativi di costruzione delle lenti,a Sara venne una brillante idea,un’idea che a nessun scienziato né filosofo o astronomo sarebbe venuta in mente,un’idea che soltanto un bambino poteva trovare: Quella mattina,finita la colazione,prese la cannuccia con la quale aveva risucchiato fino all’ultima goccia del suo latte,uscì di casa e arrivò fino al centro del paese. Allora ficcò la sua cannuccia nella neve e iniziò a soffiare al suo interno con tutta la forza che aveva. Soffiò con tutto il fiato che aveva nei polmoni e piano piano le case iniziarono a distanziarsi e le strade ad allargarsi,il mondo iniziò a gonfiarsi sempre di più,di più e di più,fino a che non divenne come lo possiamo guardare ora. Tutti gli abitanti rimasero strabiliati e increduli per quello che era successo. La fantasia della piccola Sara riscaldò il paesino nella valle,fece crescere molti alberi,che fiorirono,e la neve sciolta formò il lago con l’acqua più limpida che si fosse mai vista.
-La fantasia non e come la scienza. Magari non può risolvere teoremi matematici o fenomeni fisici,ma può riscaldare il nostro e il cuore di tanta altra gente. Non perderla mai,tienila sempre vicina.- Andri. November 05 Una fiaba per voiPer una lucciola: lepre.
Esistevan, prima che la polvere desso fuoco ai fucili, esseri che dell’uomo non sapevan timore. Di questi curiosa è la storia di un piccolo animale che per amore subì una metamorfosi mutandosi da quel che era in quella che oggi sappiamo come: “ la lepre”.
Un tempo padron del sottobosco era quest’animale ozioso, poco dissimile da un coniglio, goloso di erbe e verdure, dal coraggio sedentario e con la nobile pelliccia di un essere pacato. Era solito, quest’animal, nascere dove sarebbe morto, e viver di una vita così tranquilla che la calma in persona sarebbe finita con l’annoiarsi. Si sa però che di mille stelle uguali una piace più delle altre e così tra le miriadi di questi animaletti di tempera tutti gemelli ne nacque uno che confermò la regola con la sua diversità. Data la natura tutt’altro che nomade di questi animali, essi son soliti figliare con fratelli della stessa cucciolata. Questa storia, però, narra di un’ eccezione: un cucciolo che si innamorò di un’altra specie da lui molto distinta............
..........La calda notte d’estate aveva appena spento la luce al tiepido giorno primaverile, le tenebre si iniziavano ad animare con ignoti rumori insonni e iniziavano a comparire tra le sagome degli alberi le prime lucciole che, simili a luminosi messaggi telegrafici, chiacchieravano col le ombre lunari. Pulsando tra gli arbusti una di queste lucciole capitò a curiosare nei pressi di una cucciolata di questi animali progenitori delle balzanti lepri. Qui uno dei piccoli, stranamente ancora sveglio, mormorava con il muso all’insù alle stelle chiedendosi che tipo di animale potesse avere il coraggio di esser così bello. Dico stranamente poiché consuetudine di queste bestie era il mangiare e il dormire e null’altro, e niente per loro era più amabile del farlo. D’un tratto il piccolo cucciolo vide spuntare dal buio la lucciola e non avendone mai conosciuta una prima, s’ingannò che fosse uno di quegli animali che brillano in cielo la notte, sceso nel bosco per chissà quale ragione, forse per compiacerlo con la sua bellezza. Innamoratosi di quella luce la piccola pre-lepre la inseguì e la corteggiò tutta la notte; danzarono assieme e recitaron poesie e canzoni amorose cucendo assieme luce e versi; goderon d’un amore così intenso quanto breve poiché alle prime luci dell’alba la minuscola lucciola svanì nel cielo come fosse tornata far compagnia alla luna. Il tenero cucciolo non si fece più ingannare dalle futili lucciole, belle quanto incostanti, ma conservò gelosamente il proprio amore, unico e puro. Non abbandonò mai, in cuor suo, la speranza che quella lucciola non fosse stata un insetto, ma una vera stella innamorata di lui, e così la lepre sostituì il giorno alla notte, e vivendo di notte, ad ogni passo che faceva alzava il muso al cielo in cerca del suo amore e tendeva le orecchie alle stelle desiderosa di sentire le poesie d’amore che gli avevano rapito il cuore, ogni notte rizzava tanto le sue orecchie che alla fine, tramonto dopo tramonto, le si allungarono; e allo stesso modo desiderosa di riunirsi al suo unico amore, tentava disperatamente di raggiungere il cielo saltando più che potesse verso le stelle, e salto dopo salto, le sue zampe divennero forti e veloci, ma non riuscì mai a raggiungere la stella. Così nacque la lepre dalle lunghe orecchie e dal passo veloce, capace di sfuggire ai cacciatori, a dispetto dei suoi fratelli che si estinsero poiché facili perde per la oro pigrizia.
Ed è così che grazie all’amore siamo capaci di cambiare, di mutarci perfino, e di salvarci così dai cacciatori. La bellezza che ci mette negli occhi questo sentimento, padrone di tutte le sensazioni, per il quale ogni cosa ci sembra giusta e perfetta così com’è, è tale da non dimenticarla più e desiderarla sempre, da renderci timorosi di perderla quando la si ha e speranzosi di ritrovarla quando ci sfugge. Non c’è, forse, ricerca più vera né scoperta più appagante né perdita più grave di quelle per soggetto avente l’amore. FINE.
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